Apicoltura biodinamica

Abbiamo diversi apiari, uno qui a Montafia, un po’ a casa, uno a Cocconato e poi ne abbiamo qualcun altro. Quelli industriali, intensivi fanno apiari senza senso, a centinaia anche, noi generalmente facciamo degli apiari intorno alle 30-40, apiari più contenuti perché è più logico anche. Le api hanno un raggio di volo abbastanza ampio ma pur sempre limitato quindi le risorse sono quelle quindi poi dipende anche dai posti e in base al periodo, quindi alla potenzialità di raccolto che c’è. Quando c’è una grossa fioritura come fosse qua, l’acacia ce n’è molta si potrebbero tenere anche magari un po’ di più per quei 15 giorni in cui c’è raccolto. Quando finisce il raccolto e allora lì si entra in un punto critico in cui c’è mancanza di raccolto, le risorse sono meno e vanno molto in competizione. Le api hanno dei comportamenti che per noi possono sembrare spietati nel senso che loro arrivano anche a saccheggiarsi l’una con l’altra, perché la legge della natura è quella lì, lo spirito di sopravvivenza, la legge del più forte. Nei momenti critici prima di tutto bisogna non avere dei numeri eccessivi, seconda cosa lavorare con perizia e fare i lavori con un certo criterio, con certe tempistiche, quindi magari certi lavori si fanno la sera tardi, bisogna lavorare puliti nel senso non fare colare del miele eccetera per innescare dei saccheggi cioè bisogna avere un po’ di competenza e lavorare bene.

Per raggiungere un grado di competenza non esiste una formula, mio zio l’ha fatto per più di quarant’anni e dopo pochi anni che io lo facevo mi ha detto “guarda, c’è gente che dopo trent’anni non capisce le cose che tu hai già capito”. Quindi dipende anche dall’affinità che uno ha, da quanto uno si applica già nel cercare prima di comprendere l’organismo con cui si ha a che fare. Perché le api non possono comprendere noi, siamo noi che possiamo comprendere le api. Quindi prima di tutto bisogna cercare già prima di avere una conoscenza piuttosto approfondita che rimane comunque una conoscenza molto ma molto limitata. È molto complesso pensare a un rapporto con le api poi a seconda anche del tipo di apicoltura che uno fa. Certo che l’apicoltura “industriale”, perché ormai la maggior parte è industriale, che sia bio o convenzionale cambia di poco: le regine le sostituiscono, le regine le marchiano, usano gli scudi regina, pareggiano le famiglie, reprimono la sciamatura, fanno tutta questa serie di cose, sia in bio che in convenzionale. Biodinamico è totalmente un altro approccio: gli altri le regine le tengono un paio di anni, al terzo le sostituiscono, noi abbiamo regine ancora di sei anni. Le sostituiscono per averle più produttive, per avere meno impulso alla sciamatura perché la regina più invecchia più è propensa alla sciamatura.

È difficile dire se le api ti riconoscono, sicuramente l’alveare è un organismo sensibilissimo, oltre misura. Secondo me, nel tempo, quello che cambia è il modo di rapportarsi a loro. Ci sono persone che sono venute a prendere le api da noi e in genere sono stupite da quanto le nostre api siano mansuete. Lo stesso veterinario dell’ASL si è vestito tutto, voleva accendere l’affumicatore mentre io ero in maglietta: “mamma mia”, mi diceva, “ma come sono mansuete, che cos’è!”. Chiaramente più uno lavora in maniera rude, schiacciano magari molte api nel lavorare, no guardano mica niente, schiacciano, perché comunque nei periodi di massimo sviluppo si hanno 50.000- 60.000 fino a punte di 80.000- 100.000 api dentro un alveare: è chiaro che una mole di api così, quando si lavora, se ne ha da tutte le parti. Mediamente le api vanno sempre nello stesso alveare, poi dipende da molte cose, magari quando le si sposta. Qua sono messe su file non eccessivamente lunghe, hanno degli orientamenti diversi e quello loro lo riconoscono molto, hanno qualche disegno e hanno dei punti di riferimento delle piante: è un ambiente molto frastagliato e questo loro lo riconoscono. Chiaramente se uno le mette in un prato dove non c’è una pianta, niente, mette una fila lunga e mettono magari 50- 100 alveari è chiaro che tendono a fare anche un po’ di deriva.

Il discorso del biologico non garantisce un atteggiamento non industriale, c’è la sostituzione con prodotti organici, a volte anche un po’ discutibili.

Dimensione dell’azienda: in tutto ho circa 150 arnie. In apicoltura è un discorso un po’ complesso, io conosco amici o aziende più grosse che si sono indebitati e sono in difficoltà, hanno sì numeri molto più grandi però sono esposti a rischi molto maggiori perché se domani fa una grandinata di miele non se ne fa. Magari hai fatto dei mutui, delle assicurazioni da pagare e arrivi a un certo punto, io ho visto gente che hanno le strutture all’asta addirittura. Noi ci accontentiamo di vivere, a noi non ci frega del lusso, delle vacanze, della bella macchina, non mi interessa di queste cose. Bisogna essere coerenti, se sappiamo che l’impatto ambientale che abbiamo avuto fino a oggi con lo stile di vita che abbiamo, il sistema di sviluppo che abbiamo avuto non è sostenibile, vuol dire che dobbiamo fare diversamente e prima di tutto ci dobbiamo accontentare, perché se vogliamo andare avanti a consumare eccetera facciamo discariche, immondizia, quant’altro. Noi siamo in due: io e Daniela, mia moglie, che segue la parte amministrativa, fatture, certificazioni.

Riguardo la produzione, in questi anni è cambiato veramente tutto: l’anno scorso si è fatto qualcosa di acacia che erano 5-6 anni che non si faceva niente. Le cose negli ultimi 6-7 anni sono cambiate drasticamente sul discorso delle produzioni quindi è veramente difficile fare una stima. Anche perché noi non usiamo sostitutivi (sciroppi ecc) quindi dobbiamo sempre tenere del miele; l’anno scorso abbiamo raccolto col ciliegio, quest’anno non so: qua sul ciliegio ha fatto freddo, a casa mia ha gelato, io lo imputo a quello per la nostra realtà in altri posti anche sul tarassaco ho altri amici che non hanno raccolto, gelato non ha gelato, e anche loro si chiedono chissà come mai, è troppo difficile capire, non c’è una spiegazione.

La falciatrice tra un miele l’altro

Conosco una persona, uno di quei convenzionali che usano anche cose che in Italia non sono legali. Lui il rododendro lo vende a 18 € al chilo ma è un convenzionale che fanno le peggio cose. Andiamo da un eccesso all’altro, la gente, nel tempo, non è diventata più sensibile. Oggi la maggior parte cambia un po’ l’orientamento verso il bio però è bio industriale, la cui qualità fa pietà. La maggior parte dei prodotti che noi consumiamo sono biodinamici, noi convenzionali zero e biologici pochissimo. Ci scambiamo i prodotti, ci conosciamo eccetera. Il conoscere la persona per me è la garanzia maggiore poi la certificazione va bene, ma onestamente se io conosco la persona è quello che mi interessa, se mi fido.

Si può essere ingannati dal punto di vista organolettico?

In Italia noi consumiamo circa 36.000 tonnellate di miele e ne produciamo circa 17.000, quindi più del 50% è miele che arriva dall’estero. Quello che arriva dalla Cina, quasi la totalità non è miele: questo è stato provato, analizzato, quant’altro. Si tratta di amido, amido del riso, del mais, sono degli amidi. In Italia, con il tipo di analisi che fanno, non li trovano perché loro li sofisticano in base al metodo di analisi che c’è in quel Paese lì. Se dici che importi del miele in Italia, loro vanno a prendere il protocollo di analisi che c’è qui in Italia e lo fanno in maniera che non li trovi. Se tu fai un’analisi più sofisticata vedi come hanno fatto. Nella grossa distribuzione hanno preso 9 campioni in supermercati diversi: su nove non ce n’era uno che era miele. Poi anche qui in Italia ci sono quelli che fanno i furbi perché comunque già solo sull’acacia, gli sciroppi d’acacia, sta venendo su tutta una questione perché praticamente adesso c’è un laboratorio di analisi, che tra l’altro è qua in Piemonte, e stanno accreditando un nuovo metodo di analisi per riconoscere gli zuccheri presenti nel miele. Questo metodo di analisi riconosce qualsiasi quantità mentre i metodi di prima no. Il problema è che a livello legislativo qui in Italia la legislazione dice che il miele è tal quale prodotto e prelevato dall’alveare senza l’aggiunta e senza togliere niente: questo vuol dire che se c’è la presenza di qualcos’altro è una frode alimentare e quindi è perseguibile a livello legale e quindi adesso tutti sono preoccupati per questa cosa dal momento che tutti nutrono qualcosa. Quest’anno, con la situazione che c’è stata, noi abbiamo dato miele di acacia per cui noi siamo tranquilli, per noi non c’è problema, possono analizzare quello che vogliono, noi non abbiamo mai usato niente, ma tutti gli altri qualcosa va a finire solo che determinare la quantità è difficile, perché in un anno che nutro e poi c’è scarso raccolto questa quantità è anche piuttosto rilevante. Quindi sanno tutti quanti che se si vanno ad analizzare non c’è nessuno a posto.

Dall’avvento della varroa in avanti è sempre stato più complicato tenere le api. Negli ultimi 10-15 anni non solo più per la varroa ma per un discorso più generale anche soprattutto climatico che abbiamo sottovalutato e che continuiamo a sottovalutare, sta causando tantissimi problemi. Per il resto noi fortunatamente non abbiamo avuto mai grossi problemi.

Articoli usciti su International e altri giornali a livello mondiale danno il calo del 75% degli insetti. Poi c’è il discorso sull’impollinazione che è sempre un fattore, ma non l’unico fattore e non soltanto delle piante destinate all’alimentazione umana ma anche e soprattutto dell’ambiente naturale, che è importante anche quello: va impollinato anche l’ambiente naturale, non solo le coltivazioni. Già solo sul discorso delle produzioni alimentari… Se vediamo il mercato che c’è nell’impollinazione, nel comprare nuclei per impollinare, serre, non serre, anzi le rubano addirittura per fare queste cose. Poi in America sui mandorli, il 90% delle mandorle sono americane, sono impollinate tutte dalle api quindi anche lì stanno già studiando dei droni in forma di api, i robot… D’altronde in Cina è già un po’ che impollinano a mano… chiaramente ci sono realtà preoccupanti.

A luglio, più o meno, nell’apiario più alto raccogliamo il rododendro, di qua acero e millefiori. Noi ci spostiamo in montagna col primo apiario più o meno tra una ventina di giorni, poi dipende naturalmente dal tempo, se fa freddo aspettiamo. L’altro andiamo poi verso 10 il giugno perché il rododendro è già a 1700 metri.

Qua facciamo l’acacia e anche se c’è un altro fiore, quando è periodo dell’acacia, il fiore è così predominante e dà più degli altri fiori. Un miele al 100% non esiste, si tratta sempre della percentuale maggiore. Poi con l’esperienza uno capisce, poi noi abbiamo fatto anche delle analisi per vedere il grado di purezza. Perché bisogna essere rigorosi nell’etichettatura e tanti non lo sono. Con l’acacia qua abbiamo preso dei premi, idem con il castagno. Quello del miele è un campo complesso dal punto di vista organolettico, analitico, è una cosa in progressione. Noi qui in Italia siamo già avanti perché c’è la Piana, uno dei massimi esperti a livello mondiale e facciamo fare a lei a Bologna le analisi. Anche i metodi di analisi vanno avanti e anche il discorso della conoscenza sul campo perché soltanto la parte analitica non garantisce la massima certezza, bisogna anche avere esperienza sul campo. La repressione frodi, i Nas, prima di tutto hanno gli assaggiatori ma la prima cosa è il colore: a volte vedi un’acacia marrone… poi si va a vedere la percentuale di polline: ci sono quelli iper rappresentati o ipo rappresentati, per dire il castagno è iper rappresentato quindi c’è molto moltissimo polline di castagno nel castagno e può addirittura andare  “inquinare” a livello di polline magari il miele dell’anno dopo perché ce n’è tracce sui telai puliti. Oppure l’acacia che invece dà pochissimo polline e ce n’è veramente pochissimo. Tramite il polline riescono anche a stabilire qual è l’area geografica perché se un certo tipo di polline in quella zona lì non c’è, non puoi averlo fatto in quella zona. È come il DNA. Uno può dichiarare del miele di lampone trentino che invece è un millefiori spagnolo, riesci proprio a risalire alle aree, questo miele non è fatto in Italia, non è fatto in montagna, non è fatto lì.

Per ogni apiario facciamo una mezza botte di legno con dell’acqua che portiamo noi così perlomeno non devono fare dei chilometri per andare a cercare l’acqua.

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