Prendersi cura di una pianta

La nostra storia – ci racconta Francesca – non nasce da una tradizione famigliare, ma da una scelta di vita. La mia famiglia ed io avevamo in questa zona una casa di campagna, ma venivamo da Milano e le nostre vite erano molto diverse da oggi. Ad un certo punto abbiamo deciso di spostarci e di cambiare radicalmente, non tolleravamo più i ritmi e le modalità della vita che conducevamo. Poco tempo dopo il nostro arrivo è partito un progetto di educazione all’aria aperta chiamato “La yurta nel bosco”, la proposta è quella di educare all’aria aperta: se capisco che sono parte del sistema e non al vertice di esso in maniera naturale arriverò a prendermi cura dell’ambiente che mi circonda e di cui faccio parte. Era necessario fare un passo ulteriore per poterci sostenere e, per una casualità, abbiamo trovato abbiamo trovato vicino a casa nostra un’azienda agricola in vendita che già aveva le serre e coltivava fiori. L’abbiamo acquistata e mi sono chiesta cosa potevo fare con quanto già esistente, tenendo conto che non volevo coltivare solo fiori, ma produrre qualcosa di alimentare: da lì mi è venuta l’idea di produrre piante da orto nel biologico e, pur essendo solo 5 anni fa, questa era un’idea innovativa. Volevo creare un’attività che potesse essere sostenibile percorrendo però quel cammino che avevo scelto e quindi, con le mie attività, incrementare la biodiversità e consentirci una maggior varietà alimentare. Partendo da quest’idea ho fatto uno studio sulle varietà che sono state dimenticate perché magari poco produttive o delicate, non solo a livello ortofrutticolo, ma anche nei fiori eduli. Non solo vecchie varietà, ma anche conoscenza di cibi che provengono da altre zone, questa per me è cultura. Non parlo di colture che necessitano di climi o condizioni particolari e non riproducibili nelle nostre zone se non artificialmente, ma di specie che possono essere coltivate nei nostri ambienti senza forzature. Moltissimi fiori sono eduli, c’è una grande ricchezza di frutti che non consideriamo commestibili quando invece lo sono.

Il cibo è cultura, storia, territorio, ma il territorio muta, e coltivare anche nuove varietà è un percorso di scoperta che ci costringe ad uscire dai nostri schemi. Il mio obiettivo è molteplice: aumentare la biodiversità, rendere la dieta più variata, portare le persone a coltivare con le proprie mani anche solo una o due piantine. Quest’ ultima cosa è molto importante, capire cosa significa prendersi cura di una pianta, raccogliere il prodotto, ci rende maggiormente consapevoli di ciò che c’è dietro il cibo che mangiamo e del perché del costo di determinati cibi (ma anche, viceversa, a domandarci come sia possibile che alcuni prodotti costino così poco). Alcuni risultati li ho già ottenuti, le varietà di pomodoro con cui ho iniziato erano considerate poco più di un tentativo fino a 4 anni fa, oggi diversi clienti le acquistano e le coltivano.”

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